Intervista al benshi Kataoka Ichirō

 

di Giampiero Raganelli

Abbiamo incontrato il benshi Kataoka Ichirō in occasione della sua partecipazione alla 32a edizione delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone (Pordenone, 10 ottobre 2013).

Traduzione di Johan Nordström
Riprese: Massimo Alì Mohammad, Cristiano Vallieri (Associazione Feedback – Ferrara)

 

Il benshi

Richiamato da una fanfara fa ingresso in sala il benshi, o katsuben, il cantastorie del cinema muto nipponico, e si siede su un podio posto a lato dello schermo. Il pubblico applaude acclamandolo per nome. Inizia la proiezione durante la quale l’artista funge da narratore e da commentatore, dà la voce ai personaggi ma anche fornisce spiegazioni sulla storia e illustra le tecniche cinematografiche e il funzionamento del proiettore. Se il film non è giapponese, fa un’introduzione sul paese di provenienza. Il tutto con l’accompagnamento di un’orchestrina, composta da strumenti occidentali più lo shamisen. Così era uno spettacolo nel cinema giapponese nell’epoca del muto, una “performing art” totale. Facile identificare una serie di relazioni di parentela con tante forme di teatro nipponiche incentrate sull’assolo di un teatrante-narratore in scena. Dal gidayū bushi del Bunraku al rakugo, dai narratori-cantastorie del rōkyoku al kōdan, fino al seminale heikyoku.

L’origine di questa forma di rappresentazione risale al cinema degli esordi, quello che viene definito il modello di rappresentazione primitivo o cinema delle attrazioni, che rappresentava una curiosità, un fenomeno rivolto a un pubblico borghese. Anche in Francia le prime proiezioni erano aperte da un compère, una sorta di maestro di cerimonia. Questa usanza però, come quella del lecturer, si rivelò effimera e venne subito abbandonata in occidente, a differenza che in Giappone.

Nel 1897 fu organizzata una proiezione dimostrativa in vitascope, il sistema di proiezione inventato da Edison, presso il teatro Kabukiza, nel quartiere Ginza di Tokyo. Komada Koyō, impiegato dell’agenzia di comunicazione che organizzò l’evento, cui parteciparono le persone più in vista della città, si improvvisò cicerone della serata, inventando così la funzione di benshi. Komada in seguito si mise in proprio, creò una troupe di cinema ambulante in cui continuava a fare il commentatore delle proiezioni. Somei Saburō, un attore shinpa, fu ingaggiato, nel 1906, per accompagnare con un recital le immagini filmate del quartiere di Asakusa. La sua esibizione ebbe un tale successo che fu chiamato dalla prima sala cinematografica nipponica, la Denkikan di Asakusa, come benshi stabile. Nel 1908 una delle prime case di produzione giapponesi, la M. Pathé (fondata da Umeya Shokichi, sul modello della quasi omonima francese, e poi confluita nella Nikkatsu), realizzò la ripresa di uno spettacolo teatrale (secondo la diffusa pratica detta engeki jissha eiga) di una compagnia tutta al femminile. Alla presentazione venne spontaneo alle attrici presenti doppiare se stesse sullo schermo. La cosa ebbe molto successo tanto da generare epigoni.

Tra il 1908 e il 1917 si diffuse una forma artistica strettamente imparentata detta rensageki, dramma a catena, che consisteva in un ibrido tra teatro e cinema dove la rappresentazione dal vivo veniva intervallata da proiezioni.

Il benshi divenne così un fenomeno di grande popolarità che raggiunse il suo apogeo negli anni venti. Nel 1927 in Giappone c’erano 6818 benshi, dei quali 180 erano donne. Ogni sala cinematografica disponeva di uno staff di sei o sette narratori. I distributori dell’epoca accompagnavano le pellicole nelle sale con il libretto dei dialoghi per il benshi, che però poteva benissimo non rispettare. Rimanevano costanti i nomi dei personaggi dei film stranieri: Jim, il protagonista, Mary l’eroina e Robert il villain. Potevano esserci anche performance alternative, dette kowairo setsumei, in cui il narratore principale veniva affiancato da spalle, i kowairo, come doppiatori.

I narratori del cinema erano delle star al pari, se non di più, degli attori dei film. Il box office di un film dipendeva più dal richiamo di un determinato benshi che da quello delle star o del regista, i cui salari erano pure inferiori a quello dei narratori. Nei manifesti cinematografici il nome del benshi era scritto in caratteri cubitali, più grandi di quelli del titolo e di tutti i credits. I più celebri benshi erano, oltre ai citati Somei Saburō e Komada Koyō, Tokugawa Musei (nei teatri Aoikan e Musashinokan), Nishimura Rakuten, Ikoma Raiyū (al Teikokukan), Takamatsu Toyojirō, Ōkura Mitsugu, Ōtsuji Shirō. Si arrivò a quella che viene definita la dittatura dei benshi, che potevano esercitare pressioni perché un film fosse realizzato in un determinato modo piuttosto che un altro. Sarebbero stati proprio i benshi a far ritardare l’introduzione del sonoro in Giappone, con pratiche come il famoso sciopero di quelli della Nikkatsu nel 1932. La pratica della narrazione cinematografica era estesa anche alle colonie e in Tailandia sarebbe sopravvissuta anche ben oltre l’avvento del sonoro, con i benshi utilizzati come doppiatori in diretta dei film stranieri.

Al 1908 risale il primo episodio di censura cinematografica in Giappone, resa possibile non con sforbiciate di pellicola, ma proprio grazie ai benshi. Le autorità vietarono un film francese sulla Rivoluzione, La fin du règne de Louis XVI – Révolution française. La casa di distribuzione Yokota lo ridistribuì con il titolo “Storia straordinaria dell’America del Nord – Il re delle grotte”, dando disposizione ai benshi che la trama del film venisse convertita come una caccia al ladro di pericolosi banditi in costume perché infiltrati a una festa in maschera.

Scampati negli anni venti a un movimento di critici e cineasti, lo Jun’eigageki undō, Movimento del film puro, che ne chiedeva l’abolizione per rifarsi ai codici occidentali-hollywoodiani, i benshi giunsero inevitabilmente al capolinea con l’introduzione del sonoro, che si compì verso la metà degli anni trenta. Alcuni di questi artisti di conseguenza si suicidarono, come il caso di Kurosawa Heigo, il fratello maggiore di quell’Akira che sarebbe diventato uno dei più grandi registi al mondo.

Un manipolo ristretto di benshi continuò a portare avanti questa arte. Fondamentale in questo senso è stato l’apporto di Matsuda Shunsui (1925-1987) che cominciò nel dopoguerra. Faceva parte di un gruppo di artisti itineranti che si esibivano tra i minatori di Kyūshū, un mondo dimenticato dal tempo, dove, nella estrema penuria di risorse, ancora il muto era popolare. Matsuda, a fianco della sua attività artistica che portò avanti per tutta la vita, fu il primo in Giappone a interessarsi alla conservazione delle pellicole raccogliendone una grande collezione ottenuta facendo ricerche nelle sale di tutto il paese. Si deve a lui quindi la preservazione di tanti film, che altrimenti sarebbero andati perduti, in un archivio che fondò presso la sua Matsuda Film Production. Realizzò anche un suo, anacronistico, film muto, Jigoku no mushi (Insetti infernali, 1979) e un documentario su una delle più popolari star del muto, Bantsuma – Bandō Tsumasaburō no shogai (Bantsuma – La vita e i tempi di Bandō Tsumasaburō, 1980). La voce off narrante di quest’ultimo film è di Sawato Midori, allieva di Matsuda. Ha debuttato nel 1973 ed è l’ambasciatrice dell’arte del benshi in tutto il mondo. Lei e il sensei hanno interpretato personaggi di benshi nel film ambientato nel mondo del cinema muto Yumemiru yōni nemuritai (Dormire così come sognare, 1986). Anche il grande attore Mifune Toshirō ha indossato i panni di un benshi nel film Il prezzo della vita (Picture Bride, 1994).

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Kataoka Ichirō è, a sua volta, allievo di Sawato Midori. Si può considerare quindi come un continuatore in linea diretta dei benshi delle origini, secondo quel modello di arte che si tramanda, attraverso un apprendistato di bottega, di generazione in generazione.

Giampiero Raganelli

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno III (2013)