Costumi

I costumi costituiscono uno degli elementi di maggior rilievo nella costruzione dell’estetica del kabuki. Insieme al trucco e alle parrucche, essi contribuiscono ad esaltare la presenza dell’attore in scena, il suo nikutai miryoku, ovvero il fascino della sua fisicità, sia essa dirompente nella rappresentazione di un eroe in stile aragoto, sia essa aggraziata nella rappresentazione che di una fanciulla dà un onnagata.

Il soprakimono o uchikake di Sarashinahime decorato con il motivo di aceri (momiji ryūsui) per Momijigari.

Caratteristico dei costumi per il kabuki è lo splendore, lo sfarzo estremo, l’incredibile decorativismo che si estrinseca in colori audaci e brillanti, in disegni fantasiosi, in proporzioni spesso sovradimensionate. Si tratta però, anche nel caso dei costumi, di un’estetica che è funzionale al lavoro dell’attore ed adattata al suo stile di recitazione e ai ruoli che interpreta: la scelta dei colori, dei tessuti, dei motivi decorativi, delle dimensioni, sarà dettata allora dal personaggio, dal suo ruolo sociale, dall’età (ad esempio per ruoli di anziani si utilizzeranno colori scuri e una maggiore sobrietà), dai movimenti che gli vengono richiesti e persino dalle passioni che lo animano.

Come ogni kata, anche i costumi sono sottomessi alla regola della cristallizzazione nella tradizione: nel corso della storia del kabuki, infatti, le famiglie di attori hanno “fissato” tipi di costumi a determinati personaggi, cui sono rimasti legati allo stesso modo che per i motivi decorativi. Ma la storia dei costumi del kabuki è percorsa da un’infinita serie di ordinanze e provvedimenti che, come le leggi suntuarie, miravano a “moderarne” lo sfarzo, impedendo l’uso di tessuti di pregio, decorazioni preziose e così via. La storia dei costumi del kabuki è la storia della continua elusione delle leggi restrittive dei Tokugawa, una storia di censure e di espedienti per annullarne gli effetti. Le riforme dell’era Kyōhō (1716-1735) e quelle dell’era Kansei (1789-1801), con il loro richiamo all’austerità, segnarono due periodi particolarmente rigidi nei confronti del mondo del kabuki, ma in realtà fin dalle sue origini vennero poste in atto delle misure volte a limitare sia la vita sfarzosa degli attori che il lusso dei costumi indossati sulla scena. Del resto l’espressione “essere kabuki”, derivata dal verbo kabuku e applicata al di fuori del contesto teatrale, aveva in origine il significato “essere stravaganti, eccessivi, porsi al di fuori delle regole” sia per quanto riguarda il comportamento che per l’abbigliamento, ed aveva una connotazione di stigmatizzazione sociale che, a maggior ragione, colpiva gli attori più di chiunque altro.

Se, comunque, in origine, i costumi per il teatro kabuki erano quelli della vita quotidiana del periodo Edo, a poco a poco gli attori si fecero carico del loro abbellimento ed arricchimento, arrivando a dilapidare fortune per accrescerne la bellezza e l’effetto scenico. Si adoperarono i tessuti più pregiati, i colori più rari e difficili da ottenere, utilizzando la perizia degli artigiani migliori. Questi, all’occasione, erano anche in grado di aggirare i provvedimenti di limitazione del lusso dei costumi o di proibizione dell’utilizzo di alcune stoffe pregiate per il loro confezionamento, ponendo in essere un’arte della contraffazione che giocava sull’ignoranza nel campo dei materiali degli ufficiali governativi incaricati di ispezionare gli abiti, prima e durante lo spettacolo (ishō kenbun, ispezione censoria dei costumi). Ad esempio, venivano così spesso utilizzati tessuti pregiati di importazione al posto di più riconoscibili – e proibite – stoffe giapponesi o tipi di ricamo altrettanto costosi da realizzare e di grande effetto andavano a sostituire broccati o tessuti operati non ammessi. E nonostante alcuni colpi messi a segno dalla censura (ad esempio, nel 1791, il sequestro di tutti i costumi – giudicati troppo lussuosi – per la messiscena di Sukeroku al Nakamuraza di Edo), il più delle volte lo sguardo miope dei censori fu eluso e le leggi restrittive vennero disattese a tutto vantaggio delle rappresentazioni e del successo delle messiscene.[1]

Due sono le grandi categorie di costumi che si trovano nel kabuki e corrispondono ai due generi principali di drammi del repertorio: jidaimono e sewamono. Se per i sewamono si utilizzano i costumi indossati dalla gente comune durante il periodo Edo (opportunamente adattati per il palcoscenico), per i jidaimono il discorso si fa più articolato. Fermo restando che nessun tipo di preoccupazione di coerenza storica può essere individuato nell’estetica dei jidaimono, e quindi non si riproducono i costumi dell’epoca in cui si svolge l’azione del dramma, la scelta si ferma sulla possibilità di rendere riconoscibile al meglio dal pubblico il grado gerarchico ricoperto da questo o quel personaggio feudale e di rendere più decorative le armature dei guerrieri e i costumi dei dignitari, con una preoccupazione che attiene all’aspetto esteriore più che alla verità storica, ma nella quale si può leggere, più in profondità, il desiderio di evidenziare la divisione sociale di tipo confuciano che, come più volte ricordato, stava alla base del sistema di potere dei Tokugawa.

Si possono individuare in due tipi di abito i modelli base per i costumi kabuki sia maschili che femminili, i quali ricorrono, con le opportune modifiche, sia nei sewamono che nei jdaimono: si tratta del kimono e dello hakama. Il kimono (letteralmente, “cosa che si indossa”), indossato con la parte sinistra sovrapposta alla destra e chiuso da un obi, ha le maniche più lunghe e fluenti se è indossato da donne nubili (furisode), le maniche più corte ma con una sorta di tasca per le donne sposate (tomesode) e le maniche più strette per gli uomini. Il kimono teatrale è più lungo di tredici centimetri del kimono indossato abitualmente e, differenziato per fogge e colori, fornisce molte informazioni sul personaggio che lo indossa: età e classe sociale, ad esempio.

Lo hakama è una gonna-pantalone a grandi pieghe rigide che può essere lunga fino alle caviglie e far parte di un abito da cerimonia detto hankamishimo, o essere molto lunga e far parte del cosiddetto nagagamishimo, vale a dire di un abito formale indossato in occasione di cerimonie a palazzo, i cui lunghi pantaloni impedivano a chi li indossava qualsiasi movimento brusco delle gambe e quindi qualsiasi attacco repentino contro chicchessia all’interno della residenza di un daimyō o dello shōgun.

R.M.

Nagagamishimo decorato con motivo di piviere per il personaggio di Soga Jūro in Kotobuki Soga no Taimen.

 

NOTE

[1] A partire dal 1852 l’onere dei costumi non fu più a carico degli attori, bensì degli impresari e nel 1860 furono fatte decadere le leggi restrittive sui costumi del kabuki, e fu concessa finalmente massima libertà agli attori.

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno I (2011)