Tecniche di cambio veloce dei costumi

L’importanza dei costumi nella costruzione della bellezza di uno spettacolo è fondamentale, il kabuki ha perciò creato alcune tecniche di cambio veloce, in scena e fuori scena, che permettono sia l’interpretazione di più ruoli ad un unico attore – com’è tradizione del virtuosismo dei grandi nomi del kabuki – sia il moltiplicarsi di costumi per uno stesso personaggio, sempre più sfarzosi, sempre più elaborati, per la gioia e la sorpresa del pubblico, soddisfacendo quel gusto per la novità che gli spettatori del kabuki hanno sempre dimostrato di possedere. Questa tecnica, diventata sul palcoscenico del kabuki un’arte vera e propria, prende diversi nomi a seconda che i cambi di costume avvengano in scena o dietro le quinte.

Lo hayagawari (letteralmente: “cambio veloce”) è una tecnica di cambio fuori scena che permette all’attore di mutare rapidamente di personaggio e quindi di calarsi in più ruoli nel corso dello stesso spettacolo, una dimostrazione di talento attoriale, questa, da sempre molto ammirata dal pubblico del kabuki.

Due ulteriori tecniche spettacolari di cambio veloce si sviluppano in scena, sotto lo sguardo stupito e ammirato degli spettatori: si chiamano hikinuki e bukkaeri. Lo hikinuki consiste nel togliere, tirando una serie di fili, un kimono solo imbastito allo scopo di rivelarne un altro sottostante. Questa è una tecnica utilizzata soprattutto per movimentare l’estetica di una messiscena, proponendo allo sguardo meravigliato del pubblico sempre nuovi costumi ricchi e sfarzosi. Il bukkaeri è invece una tecnica che prevede un parziale cambio di costume: la parte interna superiore del costume è tirata giù a coprire la parte inferiore esterna e, rovesciandosi, scopre un interno con un nuovo motivo decorativo che, intonandosi alla metà superiore del kimono rivelata dal cambio, dà l’illusione di in vero cambio totale di costume. Questa tecnica viene spesso utilizzata non solo per l’effetto decorativo, ma soprattutto per rivelare la vera identità di un personaggio che fino a quel momento veniva ignorata da tutti, con una scena di agnizione, quindi, o per indicare una profonda trasformazione psicologica o di status.

Un kōken al lavoro in un angolo del palcoscenico.

I cambi veloci di costume in scena, come quelli fuori scena del resto, non potrebbero venire realizzati senza la presenza dei kōken, i servi di scena, spesso aspiranti attori ancora in fase di apprendistato, che aiutano l’attore apparendo in scena completamente vestiti di nero, il volto completamente nascosto da un velo e quindi, per convenzione, non vengono visti dal pubblico.[1] A loro spettano molti compiti: aiutare l’attore nei cambi, porgergli oggetti, illuminarne il volto con candele, a volte addirittura portargli del té in scena per confortarlo dopo un brano particolarmente faticoso. La presenza del kōken, questo elemento estraneo alla rappresentazione e alla storia che viene raccontata sul palcoscenico, evidenzia per contrasto, meglio di qualsiasi altro elemento, la peculiarità della presenza dell’attore nel kabuki: il suo essere sempre al contempo personaggio e uomo, figura irreale e persona con una fisicità che si impone sulla scena, quel suo nikutai miryoku, che è elemento imprescindibile della performance kabuki e, ancora, il suo essere divo prima di tutto e sopra a tutto.

R.M.

 

NOTE

[1] Sulla scena giapponese, infatti, il nero è il colore della non-esistenza. Tale convenzione è comune ad altri generi di teatro classico giapponese: nel jōruri, ad esempio, i kōken, qui chiamati preferibilmente kurogo, sono “invisibili” assistenti di scena che muovono i sipari, battono gli tsuke, sgomberano dalla scena gli oggetti che non servono più. E di nero sono anche vestiti i burattinai secondari, quello che muove le gambe (ashi zukai) e quello che muove il braccio sinistro del burattino (hidari zukai), mentre il burattinaio principale (omo zukai) indossa il kamishimo.

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno I (2011)