Hanamichi

Lo hanamichi (letteralmente “cammino dei fiori”) è una piattaforma sopraelevata fatta di assi di legno, larga circa un metro e mezzo, che attraversa la platea per tutta la sua lunghezza sul lato sinistro del teatro, dal fondo al palcoscenico. La platea era  suddivisa in box quadrati delimitati da barre di legno, con il fondo a tatami, in cui trovavano posto da quattro a sei spettatori. Un tempo i biglietti venivano venduti ad unità quadrata (masu tan’i). Da questi posti gli spettatori si muovevano per andare a comprare al negozio del teatro sake, bentō, dolci, persino carbone per il braciere. Lo hanamichi passa in mezzo al pubblico, dividendo irregolarmente la platea ed è su questa passatoia che tradizionalmente venivano depositati regali per gli attori dagli ammiratori adoranti che stavano nei posti a tatami della platea (più economici dei palchi laterali) chiamati masuseki: i regali per gli attori venivano metaforicamente e poeticamente chiamati hana (fiore) e da questi avrebbe preso il nome la piattaforma.

Il corto hanamichi del piccolo teatro di Uchiko, prefettura di Ehime (isola di Shikoku). Foto di R.M.

Non si conosce esattamente il periodo in cui lo hanamichi comparve per la prima volta negli edifici teatrali, ma si sa che comparve presto nella storia del kabuki e che nel 1668 il Kawarazakiza di Edo ne possedeva uno. Nei primi teatri era posto in diagonale sulla platea, attraversandola dal centro del palco fino ad un angolo del fondo del teatro. Non sembra azzardato ipotizzare che derivi la sua origine dallo hashigakari del teatro , il ponte di collegamento dalla kagami no ma (stanza dello specchio) in cui l’attore si prepara, al palcoscenico, e che permette all’attore del di fare il suo ingresso in scena. Allo stesso modo lo hanamichi nel kabuki è utilizzato per gli ingressi e le uscite degli attori, ma ha sempre una forte valenza drammatica: alcune scene hanno luogo direttamente sullo hanamichi che è sempre sede privilegiata dei michiyuki, i viaggi di trasferimento dei personaggi da una località a un’altra. A partire dal 1770, e per tutto il XIX secolo, si prese l’abitudine di allestire uno hanamichi provvisorio (kari hanamichi), largo solo un metro, lungo il lato destro della platea, ottenendo un ampliamento dello spazio a disposizione degli attori. Si possono ancora osservare teatri con entrambi gli hanamichi nell’isola di Shikoku, in cui si sono conservati straordinari esempi di teatri del periodo Edo e del periodo Meiji, miracolosamente scampati al fuoco e restaurati con amorevole cura.

Come è stato più volte sottolineato, una delle attrattive dello hanamichi è che incoraggia un sentimento di intimità, ponendo il personaggio fra gli spettatori. Lo hanamichi appare infatti come un luogo del tutto particolare, in cui si incontrano gli attori e il pubblico, con tutto ciò che questo significava nel periodo Edo: è sullo hanamichi che si consuma il rapporto d’amore fra il divo e il suo pubblico, un pubblico fatto di gente comune, quello più vicino, quello della platea, che chiama il suo beniamino acclamandolo per nome o urlandone i soprannomi (yago) o lodi e incoraggiamenti (home kotoba). Lo hanamichi è il luogo dove sorge l’empatia fra attore e pubblico che costituisce l’essenza del kabuki in quanto grande spettacolo popolare e, come afferma il celebre studioso Kawatake Toshio,[1] è impossibile concepire il kabuki senza questa fondamentale struttura.

R.M.

La platea suddivisa in masuseki del Konpira oshibai, Kotohira, prefettura di Kagawa (isola di Shikoku).

 

NOTE

[1] Si veda: KAWATAKE Toshio, Japan on Stage: Japanese Concepts of Beauty as Shown in the Traditional Theater, Tōkyō, 3A Corporation, 1990.

__________

Pubblicato in AsiaTeatro, Anno I (2011)