Danza Chhau di Seraikella

Nel regno delle maschere colorate
di Luisa Spagna

Ratri, La Grande Madre del cielo stellato, entra in scena con passi lunghi e silenziosi, il suo volto è blu e i grandi occhi sono pacifici, di chi porta la quiete

Kit ta take tette kiti take…

Un lungo tala di 12 battute che si ripete continuamente variato… La gamba si alza lenta, il corpo è in un lungo e precario equilibrio prima che il piede tocchi il suolo.
Pausa.
Il corpo è allungato quasi fino a terra.
Il passo riprende uguale.
Ratri, la Notte ora è al centro della scena.
Silenzio.
Il giorno è sospeso. Ratri sistema le stelle nel cielo e chiama a sé il suo amato: la Luna.
La Luna appare tra le sue braccia per intrecciare insieme una danza d’amore.
La Notte riveste l’amato di stelle, lo culla, lo avvolge fino a bere uno dell’amore dell’altro.
Ma l’alba li separa.
La Notte tenta invano di trattenere la Luna che invece scappa via fino al tramonto del nuovo giorno.

Luisa Spagna in Ratri

 

Ratri, rappresentata da una maschera blu e da un importante copricapo color argento, è uno dei brani più importanti del repertorio della danza Chhau del villaggio di Seraikella, un villaggio situato nel distretto di Singhbhum -la terra dei leoni – nello stato di Jharkhand, India nord-orientale. Oltre allo stile di Seraikella ci sono altri due stili di danza Chhau, Purulia e Maurbanji, che appartengono rispettivamente al Bengala e all’Orissa. I tre stili, pur chiamandosi con lo stesso termine, hanno caratteristiche diverse e specifiche tanto da risultare molto differenti tra loro.

Secondo Dhirebdranath Pattanayak, uno studioso oryia, la danza Chhau di Seraikella apparteneva ai conquistatori provenienti dall’Orissa, i cui re avevano governato la terra del distretto di Singhbum. Ancora oggi la lingua parlata dalla maggior parte degli abitanti di Seraikella è la lingua oryia, così come è altrettanto presente la cultura oryia. Anche lo studioso Pashupati Prasant Mahato [1] rintraccia origini

della danza Chhau di Seraikella nell’arte dell’Orissa e pensa che potrebbe essere il risultato di una combinazione della danza dei Gotipua, danzatori in età puberale dell’Orissa che eseguono una danza Odissi acrobatica detta Bandha Nrutya, con le danze delle tribù che vivevano a Seraikella. L’ipotesi sembra poter avere un suo fondamento in quanto in passato il distretto apparteneva allo stato dell’Orissa, passato poi allo stato del Bihar e diventato infine stato autonomo nel 2000.

Tra le ipotesi sull’etimologia della parola Chhau, due sembrano essere le più probabili: Chhaya e Chhaum. [2]

Chhaya significa ombra, maschera, ed è proprio la maschera l’elemento caratteristico ed unico della danza Chhau di Seraikella. Maschere colorate [3] nelle dimensioni di un volto umano, hanno occhi ben disegnati che sembrano cambiare espressione ad ogni sussulto del corpo e grandi copricapo che mettono in risalto il ruolo del personaggio. Piccoli fori all’altezza degli occhi consentono una limitatissima visione e fori ancora più piccoli alle narici costringono la respirazione ad una modulazione lenta e controllata per tutta la durata della danza.

Chhaum è una parola che indica il campo in cui i soldati praticavano gli esercizi di Parikahanda.

Il termine, composto da Pari, scudo, e Khanda, spada, racchiude un sistema di esercizi praticati un tempo dai soldati, trasformatisi lentamente in esercizi stilizzati e controllati tanto da dare alla gestualità della danza Chhau eseguita oggi, un lirismo unico nell’ambito degli stili coreutici dell’India.

Ancora oggi questi esercizi sono praticati reggendo una spada e uno scudo e conferiscono al corpo equilibrio, leggerezza, dinamicità, lirismo.

La danza Chhau di Seraikella è arricchita anche da movimenti degli animali come il pavone, la gru, la farfalla, per darne alcuni esempi, da forme di espressività corporee riprese dalla natura così come dai gesti della vita quotidiana quali pestare le spezie, spaccare la legna, trasportare l’acqua in grandi giare e altro ancora.
E’ grazie a questo training così complesso che si può indossare la maschera Chhau e percorrere, con salti, piroettes e lunghi equilibri, lo spazio della danza senza perdere l’orientamento per la limitata visibilità e sostenere una controllata respirazione per tutta la durata dell’esecuzione.

Nella danza Chhau di Seraikella tutto questo conferisce alla scena un’atmosfera sospesa e irreale dove nonostante le limitazioni tecniche delle maschere e la complessa tecnica i danzatori si incontrano, si sfiorano, si intrecciano e dove è l’intero corpo, Angika Abhinaya [4], e non il volto, Mukhabhinaya, come per altri stili di danza classica, a raccontare la storia danzata.

L’ensemble musicale che accompagna la danza Chhau è composto dai tamburi dhole nagara e dai fiati shenay e bansuri,  e rispetto agli stili della danza indiana manca completamente il Vachikabhinaya, cioè il racconto cantato della storia.

La storia della rinascita della danza Chhau a Seraikella si deve alla famiglia reale, i Maharaja Singh Deo, che furono maestri, coreografi, danzatori, disegnatori di maschere e, nella metà del 1900, portarono la danza Chhau in lunghe tournée sanche in Europa.

La festività principale in cui si eseguiva questa danza in tempi passati era il Chaitra Parva, tra il mese di marzo e aprile. Il Chaitra Parva è il tempo della rinascita, del ricongiungimento delle due forze primordiali Shiva e Shakti. Il rito iniziale è segnato da una processione dove una brocca d’acqua che simboleggia la Shakti [5] è portata in processione fino al tempio di Shiva. Essa è posta accanto allo Shiva Lingam è la sua funzione è quella di risvegliare Shiva, fino a quel momento considerato dormiente. La danza non è parte del rituale ma è considerata comunque un momento importante che, ai tempi della famiglia reale, si svolgeva di sera all’interno del cortile del palazzo reale dove vari danzatori si susseguivano nella rappresentazione della danza Chhau.

Ancora oggi questa festività è celebrata e la danza è presente , ma da tempo ormai la danza Chhau di Seraikella è danzata in ogni momento dell’anno sia in India che all’estero.

Nel villaggio di Seraikella il training dei danzatori inizia all’alba lungo le rive del fiume Kharkai.

In una grande metropoli come New Delhi, la sala nella accademia Triveni kala Sangam risuona del dhol, il tamburo a botte, e il maestro Shashadhar Acharya ricrea e trasmettere la danza insieme alla sua essenza culturale.

Ci si chiede spesso se è da la danza Chhau di Seraikella è uno stile di danza classica o tradizionale/popolare. La disputa è di vecchia data tra studiosi e guru. Il termine Marga è generalmente usato in riferimento all’arte classica e il termine Desi all’arte popolare. La studiosa K. Vatsyayan [6] sostiene che i due termini co-esistono nelle forme di danza classica e tradizionale dell’India. I maestri Chhau sono d’accordo con questa ipotesi e, rintracciando le caratteristiche proprie di questo stile nei principi descritti nel Natya Shastra, sono sempre ansiosi di dimostrare che la danza Chhau di Seraikella possa considerarsi uno stile classico. Secondo Coomaraswamy [7] i due termini, Marga e Desi , e le relative arti a cui i termini si riferiscono, sono in ogni caso tradizionali in quanto preservano il dono prezioso della conoscenza che passa da maestro a discepolo secondo il sistema tradizionale indiano del guru-shishya-parampara.

Luisa Spagna in Radha-Krishna

 

Ratri la Notte, Mayur, il pavone, Radha Krishna, Devadasi, Ardhanarishwara, Shiva per metà donna, ma anche Nabik, il barcaiolo, Chandrabhaga, la giovane vergine e il dio sole. Un repertorio che spazia dal mito ai personaggi reali a quelli simbolici.

Il suo apprendistato oggi è inserito in numerosi programmi di studio delle accademie di teatro e già da diverso tempo da danza principalmente maschile si è trasformata in uno stile studiato e danzato anche dalle donne.

Il suo training e la sua stilizzazione sono di ispirazione per i giovani artisti indiani e non solo, che ne vedono uno stile capace di una espressività più contemporanea rispetto agli altri stili classici.

 Danza il pavone con le sue piume aperte alla brezza del vento che annuncia la pioggia
Kit ta take ta
dhene dhene dhene ta…
il corpo si inarca in avanti, poi indietro
Le braccia diventano piume
Le gambe si tirano in su per poi assecondare uno slancio in avanti
Fermo
In equilibrio su di una sola gamba sembra ascoltare il suono dei tuoni nel cielo
Mayur
il Pavone danza in estasi
Il danzatore danza in estasi… è Mayur!
E la gioia della pioggia che invita alla danza pervade il corpo…
Kit ta take ta
Dhene dhene dhene ta

Danzare la Chhau di Seraikella è come riconciliarsi con le forze creatrici della natura. Indossare la maschera è già un viaggio all’incontro dell’altro, del personaggio che si sta per impersonare, un calarsi nei panni di qualcuno per poi fondersi completamente.

Il viso è madido di sudore quando ci si toglie la maschera alla fine del brano. E’ come riemergere da un altro universo… Ratri, Mayur, Devadasi, così come tutti gli altri personaggi… per alcuni lunghi attimi trasportano nel loro linguaggio archetipale dove l’incontro è oltre le specifiche appartenenze culturali.

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Luisa Spagna, danzatrice, coreografa e studiosa di danze classiche dell’India, stile Odissi e Chhau di Seraikella, ha scritto diversi saggi sulla danza e una monografia insieme a P.Pacciolla: La gioia e il potere. Musica e danza in India, Besa Edizioni, 2008.


NOTE

1 – P.P. Mahato, The performing Arts of Jharkhand, published by S.K. Chatterjee, Calcutta 1987.

2 – F. Grund, Danses Chhau, Maison des cultures du Monde, Pubblications Orientalistes de France, 1985.

3 – J.Pani, World of other faces. Indian masks, Publication Division, New Delhi 1986.

4 – “Abhinaya, è uno dei termini principali della tecnica della danza indiana: Abhi – spiega Bharata Muni nel capitolo VIII del Natyashstra – è la preposizione, nin è la radice nel senso di ‘ottenere qualcosa, fare che qualcosa accada’, ac è un suffisso aggiunto. Così si ha la parola abhinaya che significa esattamente ‘arrivare a’ ‘portare faccia a faccia’.
Abhinaya si distingue in angika abhinaya, gesti del corpo, vacika abhinaya, espressione verbale, aharya abhinaya, rappresentazione attraverso il trucco e gli ornamenti, sattvika abhinaya, rappresentazione attraverso gli stati d‘animo.” Architetture del corpo in danza pag 99 in P.Pacciolla A.L.Spagna “La gioia e il potere musica e danza in India”, Besa editrice 2008.

5 – L.Spagna, Nelle forme della Dea Madre, in Melissi Le culture popolari, rivista semestrale autunno/inverno 07/08, Besa Editrice.

6 – K.Vatsyayan, Traditions of Indian Folk Dance, Clarion Book, New Delhi 1976.

7 – A. Coomaraswamy, The mirror of gesture, Abhinaya Darpana of Nandikesvara, Munshiram Manoharial Publishers, 1987.

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno II (2012)