Introduzione

Il teatro indiano è profondamente radicato nel mito, sia che si tratti di teatro d’attore, di teatro di figura nelle sue varie versioni – burattini, marionette, ombre -, o di cosiddetto teatro-danza. I riferimenti mitici non implicano, però, solo scenari ultraterreni che ignorano la vita quotidiana: gli dei e gli eroi sono profondamente umani nelle loro “emozioni” e dunque gli spettatori vi si riconoscono, anche se i personaggi stanno oltre le nuvole. E neppure mancano la presa in giro di esponenti del potere politico e religioso e la satira, anche se sono maggiormente presenti nel cosiddetto teatro popolare.

A essere maggiormente conosciuto in Occidente è il teatro “classico”, ovvero il teatro sanscrito, nato molto probabilmente in ambito rituale e strettamente codificato, tanto da finire per cristallizzarsi. Accanto a questo, tuttavia, sono fiorite nel corso della plurimillenaria civiltà indiana innumerevoli varianti espresse nelle lingue delle varie parti dell’India. Soggette anche queste a raffinamento e codificazione, hanno subito la stessa sorte del teatro sanscrito: sono diventate “classiche” e… cristallizzate. Le versioni vernacolari più popolari e semplificate, invece, continuarono – e continuano – a trasformarsi.

Un attore del teatro danza Kathākalī interpreta il personaggio di Draupadī, dal poema epico “Mahābhārata”. Foto di Anna Spettoli

Cambiamenti storici e sociali hanno indotto ripensamenti e modifiche di credenze e valori, che si sono riflettute anche e soprattutto nelle rappresentazioni sceniche. Nuovi mezzi d’intrattenimento, primi fra tutti cinema e televisione, hanno influenzato le tradizionali rappresentazioni classiche e popolari. Eppure, malgrado lo sfumare di alcuni eroi e l’apparire di altri, le problematiche principali dell’essere umano continuano ad essere le stesse anche sulle scene di oggi: l’amore, il potere, la sofferenza, la paura dell’ignoto.

Il teatro tradizionale, dunque, si trova a fronteggiare la sfida dell’adeguamento al contemporaneo senza snaturare completamente le sue radici. Rivisitazioni e ripensamenti del teatro classico si affiancano a nuovi utilizzi del teatro popolare quali, ad esempio, lo street theatre, il teatro di strada di forte impegno sociale. Le danze antiche, allontanate dai templi, hanno dovuto adattarsi a diversi e più laici ambienti, diventando in alcuni casi preziosi “reperti” da custodire ed esibire, in altri spunto per innovazioni e risignificazioni coreografiche. Le arti sceniche indiane – oltre ad avere aperto nuovi orizzonti agli artisti occidentali – vedono attori e danzatori, eredi di una grandissima tradizione, ma consapevoli delle trasformazioni in atto, impegnati in una difficile e coraggiosa ricerca di nuove espressioni. Desiderosi di affrancarsi da imposizioni non più condivise, sempre più attenti al proprio mondo interiore, senza per questo dimenticare il contesto in cui sono radicati, gli artisti indiani sentono fortemente il bisogno di comunicare, esplorando nuove modalità. Anche per loro, come per la maggior parte degli artisti di oggi, la sfida è mettere in scena il teatro che ciascuno ha nel profondo di sé, costruendo al contempo coreografie con gli altri e i loro teatri.

M.A.

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno I (2011)