Il teatro moderno e contemporaneo

Accanto al teatro colto in sanscrito, si erano da subito sviluppate forme sceniche popolari che usavano lingue e dialetti locali e che presentavano svariate tematiche, non ultima la satira.

Questo “teatro popolare” includeva:

– rappresentazioni a carattere sacro e devozionali, espressione delle molte e diverse correnti religiose che pervadevano il paese

– spettacoli di intrattenimento con protagonisti eroi e amanti e che si servivano dei mezzi tecnici più disparati, dal fondale dei cantastorie, ai burattini, alle marionette, alle ombre e via dicendo.

L’avvento di potenze straniere e il riassetto politico e sociale che ne derivarono contribuirono alla trasformazione del teatro mentre l’insorgere degli idiomi locali portò alla nascita di forme regionali che includevano musica, canto, danza e recitativo.

Con l’avvento degli Inglesi e il loro insediamento in India si delineò la necessità di divertire i residenti britannici e si misero in scena le prime rappresentazioni di teatro occidentale, con grande successo delle opere di Shakespeare anche presso gli indiani colti del XVIII secolo. Il primo teatro in stile europeo venne fondato a Calcutta (oggi Kolkatta) nel 1795 dal violinista Herasim Stepanovich Lebedev, che mise in scena con attori indiani di lingua hindi e bengalese un’opera di Paul Jodrell [1], “L’inganno”. La passione per il teatro si diffuse ben presto e numerose famiglie bengalesi nobili e colte – tra cui anche i Tagore – si trasformarono in attori e allestirono spettacoli nelle loro dimore.

Nel 1831, patrocinato da alcune ricche famiglie bengalesi, venne costruito il primo teatro pubblico di lingua bengalese a Calcutta mentre nel 1848 su uno dei palcoscenici inglesi sempre di Calcutta un attore di colore, Bhaishnab Charan Auddy, recitò nel ruolo di Otello. Nella seconda metà dell’Ottocento in varie città indiane si costituirono numerosi gruppi teatrali influenzati dall’arte scenica occidentale mentre il teatro popolare continuava il suo sviluppo, anche attingendo a quello colto e quindi, di riflesso, all’Occidente.

Nella seconda metà dell’Ottocento i teatri pubblici si diffusero sempre di più e con essi gli spettacoli di cassetta, volti unicamente a divertire. Tuttavia le vicende politiche ispirarono ben presto un teatro d’accusa e di opposizione [2] che irritò gli Inglesi e li indusse a promulgare il “Dramatic Performances Act” nel 1876, che imponeva notevoli restrizioni alle rappresentazioni.

L’avvento del cinema costituì un’ulteriore svolta nella storia del teatro e molti artisti di quest’ultimo recitarono nei primi film. Come vedremo più oltre, l’influsso dell’arte scenica tradizionale fu (e in certa parte è ancora) determinante nella scelta del linguaggio espressivo.

Nel 1942 il Partito Comunista Indiano, formatosi in India una ventina d’anni prima, sponsorizzò la nascita della “Indian People’s Theatre Association” (IPTA) che ebbe le sedi principali a Calcutta, in Bengala e a Bombay (odierna Mumbay). Le tematiche promosse dall’IPTA furono eminentemente politiche e sociali, in aperta opposizione al potere coloniale e in sostegno alla campagna per l’indipendenza. Nel 1944 Bijon Bhattacharya, uno dei fondatori dell’IPTA, scrisse “Nabanna”, “Il raccolto nuovo”, aspra critica alla politica degli inglesi durante la terribile carestia del Bengala del 1943.

Se il teatro classico offriva rappresentazioni paradigmatiche che rispondevano ai quesiti esistenziali e addirittura li anticipavano, sollevando lo spettatore dall’analisi critica e dalla ricerca personale, il teatro moderno e contemporaneo metteva invece in scena dubbi, contraddizioni e ingiustizie e chiamava la platea a porsi domane e a cercare risposte.

Dopo l’indipendenza venne fondata a Delhi la “Sangit Natak Academy” nel 1953 e in seguito la “National School of Drama”, organismi determinanti per la storia contemporanea del teatro indiano. Attingendo al teatro sanscrito, a quello medioevale e confrontandosi con l’arte scenica occidentale, numerosi gruppi dal Gujarat al Tamilnadu tentarono nuove vie di espressione. Nel 1972 Vijay Tendulkar metteva in scena a Bombay una satira politica, “Ghashiram Kotwal”, utilizzando la forma del tamasha, un famoso teatro popolare di lingua marati, che fonde musica e canti devozionali e d’amore. S’inaugurava così con quello che è considerato un capolavoro dell’arte scenica contemporanea una forma di teatro di commistione tra il classico e il popolare, il tradizionale e il moderno.

Intanto, negli anni Ottanta, cominciava a diffondersi la televisione con il canale unico di Durdarshan.

Uscito dagli ambiti nazionali, il teatro indiano cominciò a riscuotere successi anche in ambito internazionale: uno dei primi casi fu “Bitter Harvest” di Manjula Padmanabhan, che ha vinto nel 1998 l’“Onassis International Cultural Prize”. Oggi, oltre all’IPTA, “Indian People’s Theatre Association”, i gruppi teatrali di spicco sono molti; tra i principali si collocano “Indian National Theatre” e “Prithvi Theatre” di Mumbay; “Nandikar” di Kolkatta; “Asmita Theatre” e “Chingaridi” a Delhi; “Ranga Shankara” di Bangalore.

In India, dove esistono forti e radicate tradizioni sceniche e dove l’innovazione era tradizionalmente sentita come assolutamente negativa, trovare linguaggi alternativi non è semplice. Il diffondersi esponenziale del cinema è un altro fattore da cui il teatro non può più prescindere. L’inclinazione per tutto ciò che è occidentale – ricercato a volte come status symbol o come ribellione nei confronti del passato tradizionale – e l’insorgenza di istanze nazionalistiche sono i due estremi entro cui si muove la ricerca formale. Tanti ingredienti ed elementi che vanno distillati per un nuovo rasa.

M.A.

 

NOTE

[1] Scrittore inglese, 1745-1831.
[2] Ne fu un esempio “Nil darpan”, “Lo specchio azzurro”, di Dinabandhu Mitra che denunciava le vessazioni dei piantatori di indaco.


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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno I (2011)