Kathputlī

Marionette e burattini hanno una lunga tradizione in India, come attestato da molti riferimenti letterari. Una delle zone ove hanno avuto maggiore diffusione è il Rajasthan, nell’India Nord-occidentale, che conserva tutt’oggi la tradizione della Kathputlī. Per quanto riguarda la provenienza del termine, benché tutti concordino su putlī, “marionetta, bambola”, ci sono due diverse interpretazioni per la parte precedente: per alcuni deriva da kathā, “racconto”, per altri da kaṭh, “ligneo”.

Le marionette sono fatte con legno di mango e possono essere alte fino a 60 cm. Nel tronco si innestano le asticelle delle braccia, arrotondate da strati di cotone. Non hanno né gambe né piedi e la parte inferiore è costituita da un’ampia gonna, base del costume maschile e femminile rajasthano in epoca medioevale. Testa e braccia sono collegate a tre fili e in taluni personaggi un quarto aggancia la schiena. Barbe, baffi, turbanti e spade caratterizzano le figure maschili mentre quelle femminili sono ornate di gioielli. Gli animali, cavalli, cammelli, tigri, muovono zampe e collo mentre il serpente emerge sinuoso dal cesto dell’incantatore.

Benché le marionette siano molto più diffuse, vi sono anche burattini, le cui teste e mani venivano un tempo realizzate in cartapesta mentre oggi per lo più sono fatte in materiali sintetici. I tratti del viso sono resi con colori a olio. La parte inferiore del burattino è costituita dall’abito, che occulta il guanto con l’alloggiamento per le dita del burattinaio.

La Kathputlī è appannaggio dei Bhāṭ, comunità itinerante di bardi e genealogisti [1], che da secoli tramanda le ballate eroiche e amorose dei Rājpūt, i “Figli di re”, stirpe guerriera di provenienza centro-asiatica stanziatasi in Rajasthan nei primi secoli dell’era corrente. Protetti da sovrani e nobili, i Bhāṭ ne celebravano le origini mitiche e gli antenati più famosi, tramandando – e talvolta inventando – gloriose genealogie. Protagonisti principali delle storie sono soprattutto sovrani, come Pṛthvīrāj Cauhān di Ajmer, Amar Siṃh Rāṭhauṛ e Vikramāditya di Ujjain, che incarnano l’ideale cavalleresco indiano.

Lo spettacolo è allestito e condotto dal sūtradhāra, “colui che regge i fili”, dal bhagavat, il “narratore” e da un assistente mentre all’accompagnamento musicale provvedono il tamburo, i cembali e l’harmonium. La musica, come sempre, è di grande importanza, poiché il racconto si dipana principalmente grazie alle ballate. Particolare della Kathputlī è uno strumento ottenuto da una canna di bambù che produce un suono stridulo e accompagna le movenze delle marionette. La rappresentazione classica si apre con una preghiera, seguita dalla performance del suonatore di tamburo [2], e si dipana in maniera sempre molto movimentata, con duelli, danze, cavalcate e cacce. Nel caso delle marionette, il teatrino è allestito su una o più stuoie ed è costituito da un arcoscenico: la parte inferiore – aperta – incornicia lo spazio d’esibizione delle marionette, che si muovono sullo sfondo di una cortina nera in modo che non si vedano i fili; la parte superiore – chiusa – occulta il marionettista. Nel caso dei burattini, il teatrino è allestito in modo da essere chiuso nella parte inferiore per nascondere il burattinaio che da sotto manovra i personaggi.

Accanto ai temi eroici e amorosi, la Kathputlī affrontava – e affronta tutt’oggi – anche problemi sociali, svolgendo quindi un prezioso ruolo comunicativo ed educativo. Alcune associazioni sorte tra gli anni Cinquanta e Sessanta – ad esempio “Rupyan Sastan” di Jodhpur e “Bharatiya Lok Kalamandal” di Udaipur che ha anche un museo – sono impiegate nella conservazione e nella promozione di tale arte. A Nuova Delhi l’area di Shadipur Depot è nota come “Kathputlī colony”, in quanto vi si è insediata una numerosa colonia di marionettisti che insieme ad acrobati, maghi, danzatori e cantanti itineranti testimonia modalità di divertimento popolare purtroppo in via di scomparsa.

M.A.

 

 

NOTE

[1 ]Secondo la tradizione originari della zona di Nagaur, città del Rajasthan.
[2] La pulizia del suolo da parte di uno spazzino e l’aspersione condotta dal bhistī, il barcaiolo, pur essendo operazioni tradizionali, non vengono sempre eseguite al giorno d’oggi.

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno I (2011)