Pandora la Eva greca

di Luisa Secchi Tarugi
(Presidente Istituto di Studi Umanistici F. Petrarca)

per la serie di interventi “Miti che odiano le donne

 

La creazione di Pandora è la conclusione conseguente a una disputa sul come ripartire sorti e onori fra gli dei e gli uomini per definire la quale Zeus si rivolge a Prometeo, che nel mondo divino gode di uno statuto particolare, in quanto non è un Titano, pur essendo figlio di Giapeto, fratello di Cronos, e non è neppure un Olimpico.

Zeus e Prometeo hanno in comune la “metis” cioè l’astuzia e secondo quanto ci racconta Esiodo nella Teogonia (vv. 535 segg), per porre fine alla disputa Prometeo, incaricato da Zeus, prepara un sacrificio a Mecone (Sicione) e spartisce “con animo consapevole e volendo ingannare Giove” un grande bue mettendo da una parte le carni e le interiora ricche di grasso in una pelle e nascondendole nel ventre del bue e dall’altra “ossa bianche di bue nascoste con perfido inganno in bianco grasso”. Offre a Zeus la parte appetitosa, ma immangiabile del bue, perché in realtà gli dei non hanno bisogno di mangiare, diversamente dagli umani, e nella divisione fatta da Prometeo le ossa bianche rappresentano la parte migliore perché non sono soggette alla putrefazione e contengono il midollo, che per i Greci è in relazione con il cervello e anche con il seme maschile.

Quindi Prometeo con la sua farsa ha offerto agli dei la vitalità dell’animale, mentre agli uomini ha dato un pezzo di animale morto, per cui la spartizione tra dei e umani viene definita: agli dei l’immortalità, agli uomini la mortalità. Zeus, accortosi dell’inganno, preso da collera, priva i mortali del fuoco, elemento fondamentale per il loro sostentamento, perché non sono soliti mangiare carne cruda, ma li priva anche del “bios” come dice Esiodo nelle Opere e i giorni (v. 42), cioè il grano e i cereali e gli uomini dovranno lavorare per poterne godere.[1]

Prometeo escogita un altro trucco per impossessarsi nuovamente del fuoco: sale al cielo e, fingendosi un viaggiatore che tiene stretta nella mano un ramo di ferula che è umida e verde all’esterno e secca all’interno, ruba lo sperma puro di Zeus e lo nasconde nell’incavo della sua ferula per cui la pianta comincia a bruciare e tornando sulla terra, sempre fingendosi un viaggiatore che passeggia con la sua ferula come parasole, dona agli uomini il fuoco ricavato da un seme di quello celeste e il suo uso differenzierà definitivamente gli uomini dalle bestie e li caratterizzerà come creature civilizzate.

Nuovamente irato per questo secondo inganno Zeus “ordì un male per gli uomini: comandò all’illustre Efesto che subito impastasse terra con acqua e vi infondesse voce umana e vigore e che il tutto fosse simile alle dee immortali e di bella, virginea, amabile presenza; e quindi Atena le insegnasse le arti: il saper tessere trame ben conteste; ordinò all’aurea Afrodite di spargerle sulla testa grazia, tormentosi desideri e le pene che struggono le membra e a Ermes, il messaggero Argifonte, di darvi un’anima di cagna e indole ingannatrice. Subito l’inclito Ambidestro plasmò dalla terra per volere di Zeus un’immagine simile a casta vergine; la glaucopide Atena le annodò la cintura e l’adornò; attorno a lei le Cariti [2] e la Persuasione veneranda [3] le posero sul capo aurei monili; le Ore [4] dai fluenti capelli le diedero una primaverile corona di fiori e sul corpo Pallade Atena le adattò ogni ornamento. L’Araldo Argifonte le infuse in petto indole ingannatrice, le menzogne, gli astuti discorsi – giusto il volere di Zeus dal cupo fragore -, e infine le diede voce l’Araldo divino. Questa donna fu chiamata Pandora perché tutti gli abitanti dell’Olimpo le donarono doni, rovina agli uomini industri” (Opere e i giorni, vv. 58-82), ma alcuni interpretano anche il nome come “colei che fu dono agli uomini da parte degli dei”.

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John Dickson Batten (1860-1932), Pandora

La prima donna è di fronte agli uomini e agli dei, come si legge nella Teogonia: [5]“E poi dopo che egli fece il bel male in cambio del bene, la condusse dove erano gli altri dei mortali superba dell’ornamento della Glaucopide” (vv. 585-7), si allude al diadema ornato di “molte belve terribili quante la terra in gran numero nutre ed il mare” (v. 582), “e lo stupore teneva gli dei immortali e gli uomini mortali come videro l’alto inganno, senza scampo per gli uomini, da lei infatti viene la stirpe delle donne. Di lei infatti è la stirpe nefasta e la razza delle donne che, sciagura grande per i mortali, fra gli uomini hanno dimora, compagne non di rovinosa indigenza, ma di abbondanza.” (vv. 587-593), perché le donne al tempo di Esiodo in Grecia non lavoravano.

La prima donna è modellata come una parthenos, una dea con la forza di un uomo, con la voce, ma anche con un’indole menzognera e ingannatrice che le ha fornito Ermes.

Ma perché la prima donna ha “uno spirito da cagna e un temperamento da ladro”?

Gli uomini non possono più disporre di grano e di fuoco in modo spontaneo, come avveniva prima dell’inganno di Prometeo, e con fatica devono racimolare quanto serve al loro sostentamento e molto spesso faticano inutilmente. Quindi devono essere parsimoniosi, ma Pandora con tutta la razza che da lei deriva, ha la caratteristica di essere sempre insoddisfatta, polemica e assolutamente poco morigerata.

Quanto allo spirito di cagna non solo sta ad indicare la voracità delle donne che hanno fame da lupo e come i fuchi dell’alveare non abbandonano mai la loro casa e consumano tutto il miele raccolto dalle pazienti operaie (Teogonia, vv. 593-600), ma anche evidenzia la passionalità delle donne che, per il fatto di essere state create da fango e acqua, hanno un temperamento che appartiene all’universo umido, mentre quello degli uomini è ricollegabile al secco, al caldo e al fuoco. Per questo nella canicola, in particolare quando Sirio, il Cane, è in cielo vicino alla terra e il caldo è particolarmente forte, “la femmina è lasciva e fiacco è l’uomo, ché Sirio asciuga le ginocchia e il capo e la pelle è secca per il calore” (Opere e i giorni, vv. 582-583); le donne, grazie alla loro umidità, sbocciano ed esigono dal marito un’assiduità matrimoniale estenuante.

Tuttavia la maschera canina meglio indossata dalle donne è proprio quella del tradimento: donne e cani traditori sono un’associazione mentale inscindibile nello spirito greco. Nell’Odissea, ad esempio, quando Efesto scopre Afrodite a letto con Ares la definisce kunopidos koure, ragazza dalla faccia di cane, perché non ha saputo controllare i suoi istinti. Pandora ha un’indole canina perché è bella e attrae irresistibilmente l’uomo e come il cane sa accattivarsi le carezze intrappolando l’uomo. Questo paragone si ritrova anche nella Satira sopra le donne di Simonide.[6]

La donna rappresenta da Pandora in poi una sorta di connubio tra bestialità e divinità: se da un lato viene identificata con il fuco che divora i beni della casa e quanto il marito ottiene con la sua fatica, dall’altro diventa l’emblema di una vita civilizzata attraverso il matrimonio e la possibilità della continuazione della specie, anche se questa istituzione verrà per lo più considerata nell’Antichità come un male necessario.

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Dante Gabriel Rossetti, Pandora, 1869

“Colui che fuggendo le nozze e le moleste opere delle donne non vuole sposarsi e giunge alla triste vecchiaia privo di chi della sua vecchiaia abbia cura, costui non di vitto mancante vive, ma lui morto, i suoi beni dividono remoti cognati: colui invece cui le nozze diede il destino ed ebbe una buona sposa saggia nel cuore, per lui, per tutta la vita, il male contende con il bene senza sosta; ma chi si imbatte in una funesta genia vive tenendo dentro nel petto incessante dolore, nel cuore e nell’anima, e il male non ha medicina.” (Teogonia, vv. 603-613)

Questo tema viene ripreso successivamente in epoca romana, ad esempio, nel discorso di Quinto Cecilio Metello Macedonico (113 a.C.), di cui è riportato un frammento significativo in Gellio (I, 6) e che fu ripreso da Augusto quando propose la sua legislazione matrimoniale: “la moglie è sicuramente molesta e fonte di grossi fastidi… magari si potesse vivere senza di lei: ma il matrimonio è necessario e inevitabile al fine della procreazione, liberorum creandorum causa, e bisogna pensare alla continuità e salvezza, salus perpetua, del genere umano e dello stato e non solo al proprio effimero piacere”.

Non si sa come si generassero gli uomini prima di Pandora: si diceva che cadessero dai frassini, come si legge nelle Opere e i giorni a proposito degli uomini dell’età del bronzo (vv. 143-155) che, in quanto nati dal legno, erano forti nel corpo e violenti nell’indole.

Con Pandora nasce la misoginia e sintomatico è il fatto che Esiodo prima della nascita di Pandora usi per indicare gli uomini il termine anthropoi mentre poi usa quello di andres come metà dell’umanità costituita ora dalle gunaikes e sappiamo che la pratica sociale e politica dei Greci concedeva diritti solo agli andres, in quanto una giovane ragazza di buona famiglia ateniese “viveva sotto una sorveglianza strettamente rigorosa: doveva vedere meno cose possibili, capirne il meno possibile, porre meno domande possibili” come si legge nell’Economico di Senofonte.

La principale missione delle donne era quella di figliare, secondo quanto si evince dal lamento di Medea nell’omonima tragedia di Euripide: “Siamo noi donne le creature più miserabili. Dicono di noi che viviamo in casa una vita senza pericolo mentre altri combattono con le lance. Povero ragionamento: preferirei lottare tre volte sotto uno scudo che partorire una sola…”. Nel pensiero mitico dei Greci si avverte un certo rimpianto per il tempo precedente al giorno funesto in cui le donne furono create e il desiderio di potersi riprodurre senza di esse.

Terza fase del racconto legato a Pandora è il famoso vaso che Zeus manda tramite Ermete ad Epimeteo (post-veggente), sposo di Pandora, che non aveva dato importanza al consiglio di Prometeo di non accogliere doni che provenivano da Zeus.

“Fino ad allora viveva sulla terra lontana dai mali la stirpe mortale senza la sfibrante fatica e senza il morbo crudele che trae gli uomini alla morte: rapidamente infatti invecchiano gli uomini nel dolore: ma la donna, levando di sua mano il grande coperchio dell’orcio, disperse i mali, preparando agli uomini affanni luttuosi. Soltanto la Speranza là nell’intatta casa dentro rimase sotto i labbri dell’orcio, né volò fuori perché prima Pandora rimise il coperchio sull’orcio, secondo il volere dell’egiaco Zeus, adunatore di nembi. Ma gli altri malanni errano in mezzo agli umani: piena infatti di mali è la terra, pieno ne è il mare, e le malattie, a loro piacere si aggirano in silenzio di notte e di giorno fra gli uomini, portando dolore ai mortali: e questo perché Zeus tolse loro la voce. Non si può evitare l’intendimento di Zeus” (Opere e i giorni, vv. 90-105) .

Significativa è l’affermazione dei mali cui Zeus ha tolto la voce perché colgano di sorpresa i mortali, concezione già rilevabile in alcune tradizioni mediorientali. Difficile è l’interpretazione che si deve dare alla speranza che rimane nel vaso, che può essere identificata con una vana illusione oppure con una forza che ci aiuta e sostiene nelle avversità, ma il fatto che si trovasse insieme ai mali induce a pensarla come un male e a questo ci indurrebbe l’uso negativo che talvolta Esiodo fa di questo termine elpìs ritenendola vuota, inutile, in quanto induce gli uomini a seguire inutili illusioni sullo loro sorte e a non fare nulla per migliorarla.

Il fatto che Pandora abbia rinchiuso la speranza nel vaso significa che essa va eliminata completamente dalla vita degli uomini? O l’ha messa al sicuro? Secondo Esopo che riprende il racconto esiodeo sostituendo a Pandora un anonimo personaggio maschile, il fatto di rinchiuderla nel vaso sarebbe “la ragione per cui tra la gente si trova ancora la speranza di riottenere tutte quelle cose buone che ci hanno abbandonato” (Esopo, Mythoi, 526).

Più sconsolato è Teognide, contemporaneo di Esopo, che afferma che “la speranza è l’unica cosa buona che sia rimasta agli uomini, tutte le altre ci hanno lasciato e sono tornate all’Olimpo. Dei giuramenti e dei giudizi degli uomini non c’è più da fidarsi e nessuno più venera gli dei immortali. La razza degli uomini pii è perita e coloro che sono rimasti non conoscono più né regole né pietà” (Phragmenta, I, 1135).

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John William Waterhouse, Pandora, 1896

Il mito di Pandora trova puntuali riferimenti che rimandano alla mitologia mesopotamica, in particolare al poema “Enuma ilu awilum” e anche a quella sumerica,[7] filtrate in Grecia per probabile mediazione anatolica e sebbene Esiodo sia l’unica fonte letteraria di un certo peso sull’argomento, non si deve trascurare l’importanza della documentazione iconografica. Rilevante è un cratere attico a figure rosse risalente alla metà del V secolo a. C., in cui viene raffigurata una versione alternativa della creazione della prima donna: la fanciulla vestita di tutto punto, velata e col capo incoronato è raffigurata dalla vita in su, mentre emerge dalla terra. Reggendo nella mano destra un martello da scultore, Efesto stende verso di lei la sinistra e, a seconda di come leggiamo la figura, Efesto potrebbe essere effigiato nell’atto di far uscire Pandora dalla terra o di modellarla con la creta. Qualcuno ha voluto addirittura identificare Pandora, anche per il suo nome, con la madre terra, tanto più che l’argilla con cui vengono plasmate le creature in questi contesti mitici viene dalla terra, come si riflette anche nell’etimologia della parola “uomo” e “terra”, in ebraico adam-adamah e in latino homo-humus.

E per concludere vediamo il confronto tra Pandora e Eva: sono entrambe le due “prime donne”, modello e archetipo del sesso femminile, causa della caduta dell’uomo dal suo stato primordiale di felicità e innocenza e causa dell’ingresso del male nel mondo.

Rispetto all’uomo plasmato per primo, Pandora ed Eva vengono create in fasi successive, ma con scopi diversi: Zeus crea la donna con l’unico intento di rovinare la vita all’uomo e quindi come castigo, mentre nell’ambito ebraico Jahvè si accorge che “l’uomo era solo” e gli fornisce una donna che gli faccia da compagna. E mentre Pandora viene creata separatamente dall’uomo, ma con le stesse modalità già attuate da Prometeo per la creazione degli uomini, nel mito biblico Eva nasce dalla costola di Adamo; quindi mentre nel mondo greco la donna risulta una copia antisimmetrica dell’uomo, presso gli Ebrei è considerata la sua metà complementare. Epimeteo e Adamo sono oggetto di un inganno perpetrato dalla donna e le conseguenze per il genere umano sono analoghe in Esiodo e nella Bibbia: la necessità del lavoro e l’inevitabilità della riproduzione sessuata. Alla diffusione dei mali sulla terra dovuta all’apertura del vaso di Pandora corrisponde nella Bibbia la maledizione sulla terra che “germoglierà spine e cardi”. Esiodo riferisce che i mali liberati da Pandora porteranno ai mortali “affanni luttuosi” accorciando le loro vite nel dolore e nella sofferenza e Jahvè ricorda ad Adamo la propria mortalità perché è destinato a “tornare alla terra”.

Da allora l’uomo dovrà continuamente lottare per la sua sopravvivenza, con un cumulo di dolori e fatiche da sopportare quotidianamente, conoscerà la malattia, la vecchiaia e la morte e per questo sarà necessaria la riproduzione di cui la donna è tramite e strumento.

Purtroppo da queste tradizioni mitiche e bibliche la misoginia si svilupperà sempre più,[8] diffondendosi anche nel mondo latino e radicandosi poi, attraverso i Padri della Chiesa, sino al Medioevo, al Rinascimento [9] e disgraziatamente fino ai giorni nostri con le tremende conseguenze che tutti conosciamo.

 


NOTE

[1] – Esiodo, Opere e i giorni, a cura di Ludovico Magugliani e Salvatore Rizzo, Milano, BUR, 1993.
[2] Le Cariti sono: Aglaia, splendore, Talia, prosperità, Eufrosine, prosperità.
[3] Persuasione, peitho, una delle Oceanine care ad Afrodite, in quanto persuade all’amore.
[4] Le Ore sono la personificazione delle stagioni e sono Eunomia, Dike e Irene, tutrici dell’ordine della natura e dei rapporti morali tra gli uomini.
[5] Esiodo, Teogonia, a cura di Graziano Arrighetti, Milano, BUR, 1984.
[6] Simonide di Ceo, Satira sopra le donne tradotta da Giacomo Leopardi (1823): “Dal can ritrasse una donna maledica/ che vuol tutto vedere e tutto intendere./ Per ogni canto si raggira e specola, bajando s’anco non le occorre un’anima;/ né per minacce che il marito adoperi,/ né se d’un sasso la ritrova e cacciale/ di bocca i denti, né per vezzi e placide/ parole e guise, né d’alieni e d’ospiti/ sedendo in compagnia, non posa un attimo/ che sempre a voto non digrigni e strepiti” (vv. 12-21).
[7] In questo poema si parla della rivolta degli dei minori, gli Igigi, condannati a lavorare dagli dei più anziani, gli Anunnaki, che vivono nell’ozio: di conseguenza questi decidono di creare l’uomo (awilu), che si carica della fatica del lavoro che è ritenuto indispensabile per il processo antropogonico e non è visto come una punizione, diversamente dall’ambito greco e biblico, per cui assume un valore secondario. Interessante è anche il collegamento con la creazione di Eva per un mito analogo: Enki viene punito da Ninhursag per avere mangiato dei frutti dei suoi alberi e per guarirlo dai malanni che gli sono stati dati come castigo e in particolare per curare la sua costola viene creata una donna, Ninti o Nintu che significa colei che fa vivere. I due poi daranno avvio agli uomini e alle donne create in forme di argilla, sette per gli uomini e sette per le donne.
[8] Simonide, op.cit.: “… ché la donna è il massimo/di tutti i mali che da Giove uscirono:/ e quei n’ha peggio ch’altrimenti giudica./ Perché se hai donna in casa, non ti credere/ né sereno giammai né lieto ed ilare/ tutto un giorno condur” (vv. 93-98)
[9] Analogo parere si ritrova in un passo del De vita solitaria di Francesco Petrarca, 11,4: “Raro sub eodem tecto habitant quies et mulier”. Giovanni Boccaccio nel Corbaccio non esita a definire la donna: “Animale imperfetto, passionato da mille passioni spiacevoli e abbominevoli pure a ricordarsene. Niuno altro animale è meno netto di lei: non il porco, qualora è più nel loto coinvolto, aggiunge alla bruttezza di loro.” v. Corbaccio, p. 233, Milano, Garzanti editore, 1988. Anche nel Rinascimento continuano le polemiche fra gli umanisti a favore e contro il matrimonio e qualche voce isolata a favore della donna non manca come si può leggere nell’Oratio in laudem matrimonii di Poggio Bracciolini, dove la moglie viene esaltata come colei dalla quale si può avere aiuto e alla quale si può affidare la propria vita, comunicare i propri affanni sino a divenire quasi una sorta di “alter ego” del marito. (v. Poggio Bracciolini, Opera omnia a cura di R. Fubini, p. 701, t. II, Torino, 1966). E mi piace ricordare anche un autore poco noto, Galeazzo Flavio Capra, milanese che nel suo trattatello “Della eccellenza e dignità delle donne” scrive a proposito della creazione di Eva e della conseguente tentazione: “La donna allora non poteva essere sì prudente come l’uomo, per essere di poco creata e la prudenza si acquista per longa esperienza. Per la qual cosa chiaramente si vede maggiore essere stato il peccato dell’uomo che della donna, conciosia che bisognò pel mezo di Cristo fatto uomo ricompensarlo”, edizione a cura di Maria Luisa Doglio, pp. 110-1, Roma, Bulzoni, 1988.

 


BIBLIOGRAFIA SUGGERITA

CAGNI, Luigi, La religione della Mesopotamia in Storia delle religioni – I, Le religioni antiche, a cura di Giovanni Filoramo, Bari, Laterza, 1994.
VERNANT, Jean Pierre, Mito e società nell’antica Grecia, Torino, Piccola biblioteca Einaudi, 2007.
VERNANT, Jean Pierre, L’universo, gli dei, gli uomini, Torino, Einaudi, 2014.
FRANCO, Cristiana, Senza ritegno. Il cane e la donna nell’immaginario della Grecia antica, Bologna, Il Mulino, 2003.
GIOVENALE, Contro le donne (Satira VI), a cura di Franco Bellandi, Venezia, Marsilio Editori, 2003.
CORDIÉ, Carlo (a cura di), I miti greco romani raccontati da Pierre Grimal, Milano, Garzanti, 1999.

 

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno V (2015)