Pose

È stato affermato che l’importanza data alla persona dell’attore nel kabuki deriva dal desiderio di mostrarne il nikutai miryoku (l’attrattiva fisica). Ma se in effetti una consistente componente di narcisismo nella performance appare inevitabile, la realtà è che il kabuki – per la sua natura stessa di teatro totale, di teatro di uomini, di teatro che vuole realizzare la bellezza sul palcoscenico – porta alle estreme conseguenze una ricerca di perfezione nel movimento. Perciò il controllo dell’attore sul proprio corpo deve essere totale: questo avviene per mezzo del controllo sul respiro (iki) e del controllo sul tempo attraverso le pause (ma). Il concetto di ma è fondamentale nell’estetica teatrale giapponese e si può approssimativamente definire come un vuoto spazio-temporale in cui viene generato il movimento e in cui il movimento stesso va a morire. È quindi estremamente importante perché è all’origine del mie, il kata di recitazione più caratteristico del kabuki.

L'attore Arashi Kichisaburo (1821-1864) nel ruolo di Inuta Kobungo Yasuyori. Stampa di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861).

Il mie è una posa che, alla fine di una sequenza di kata, congela per qualche istante il movimento dell’attore in una fissità che è “comunicazione della massima emotività fisica ed intellettuale dell’attore al pubblico, l’attimo supremo in cui gli si consegna completamente.”[1] Raggiunto in un momento culminante della rappresentazione, il mie non è affatto un momento di staticità, per effettuarlo l’attore si carica di energia e compie un’inspirazione che gli permetterà di trattenere il respiro per tutta la durata della posa, poi cerca la posizione migliore per braccia e gambe (questo dipende dal ruolo), esegue tre movimenti circolari (o, in alcune occasioni, verticali) della testa e la arresta bloccando l’intero dinamismo del corpo. La durata del mie varia a seconda della bravura dell’attore e le posizioni sono codificate a seconda dei ruoli: quella classica dell’aragoto del periodo Edo, ad esempio, è osservabile su molte stampe ukiyo-e e prevede un braccio alzato in verticale sopra la testa e una gamba spinta in avanti.

Nei mie più energici l’attore incrocia gli occhi uno sull’altro in segno di fierezza: è il nirami mie. Il mie sottolinea con un grande effetto drammatico un momento importante e comunica al pubblico con forza la pienezza della presenza fisica del personaggio e lo fa nel modo più eloquente ed efficace possibile: con una staticità solo apparente.  I mie generalmente non vengono eseguiti in silenzio ma vengono accompagnati dal battito degli tsuke (assicelle rettangolari ricavate tradizionalmente dalla radice dell’albero di kashi, la quercia) su una tavola di legno posta alla sinistra del palcoscenico (per il pubblico che assiste). Gli tsuke aggiungono enfasi alla stilizzazione della performance e accompagnano l’attore in questo momento clou. Essendo necessaria una sintonia massima fra il battito dello strumento e l’azione dell’attore, gli tsuke vengono battuti da assistenti (tsukeuchi) che conoscono bene sia il testo che i tempi dell’attore e per questo motivo in passato i grandi attori avevano uno tsukeuchi personale. Il caratteristico battito degli tsuke, che scandisce il ritmo delle azioni, accompagna anche altri momenti importanti dello spettacolo, come i combattimenti e le entrate e le uscite veloci sullo hanamichi.

R.M.

 

 

NOTE

[1] G. AZZARONI, Dentro il mondo del kabuki, Bologna, Patron, p. 123.

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Pubblicato in AsiaTeatro, Anno I (2011)