Riflessioni di una danzatrice

 

“DIVINO DANZARE”

Da molti anni mi occupo di cultura indiana, in particolare di quella dravidica o meglio ancora di quella tamil. Lo stato più a sud est dell’India, il Tamil Nadu, è una terra antica, ricca di un passato che vive ancora in meravigliose architetture templari risalenti ad epoche lontane, età in cui le città erano sviluppate entro un grande tempio intorno al quale si raccoglievano tutte le attività dalle più quotidiane a quelle più intellettuali come le accademie letterarie Sangam che hanno segnato una lunga epoca intorno al periodo dell’era volgare di produzione e sviluppo della cultura dravidica. Il Tamil Nadu è un luogo dove si parla forse la più antica lingua dell’India, il tamil appunto, sicuramente una delle più complesse e affascinanti, ci si veste ancora con gli abiti tradizionali, sari e dhoti, le donne si adornano quotidianamente i capelli con ghirlande di gelsomini freschi e profumati, in molti ascoltano concerti di musica classica carnatica (l’antichissimo sistema musicale del Sud India), e dove sono ancora vivi rituali e cerimonie di centinaia di anni fa.

Chiaramente quando si arriva in Tamil Nadu, si atterra nella capitale, Chennai, dove il traffico, l’inquinamento, il disordine, il clima, il rumore assordante, la vita cittadina insomma nasconde tutto quello che ho scritto in precedenza. In effetti anch’io nei primi viaggi non riuscivo bene a mettere a fuoco dov’erano tutte le meraviglie di cui avevo letto e studiato, ma piano piano vivendo in india, ho cominciato ad affinare i sensi, a sviluppare un orecchio, un olfatto, ma soprattutto uno sguardo selettivo… e così le grandezze di questa terra mi si sono pian piano svelate e tutta questa bellezza legata all’antica cultura mi è apparsa davanti agli occhi.

Occupandomi di teatro-danza tradizionale, l’ambiente frequentato ha favorito molto questo processo di svelamento, ma devo ammettere che, seppur in alcuni templi mi era capitato di assistere a rituali o cerimonie che avevano il sapore antico delle pratiche di secoli fa, non riuscivo completamente a immaginare come poteva essere la vita di una devadasi, le danzatrici che facevano parte di una comunità dedita ai rituali nei templi. Il mio debutto in India è avvenuto nello splendido tempio Kapalishwara di Chennai, ma era organizzato come uno spettacolo, le danze erano studiate, i musicisti avevano provato con me, niente era affidato all’improvvisazione, com’erano invece le processioni dove si circumnavigava il tempio danzando liberamente improvvisando? Avrebbe tutto ciò cambiato le mie emozioni di danzatrice? Mi avrebbe coinvolto anche spiritualmente? Ecco presto (o meglio al tempo giusto, ovvero dopo un decennio di viaggi in India), che la risposta è arrivata attraverso la mia partecipazione a un campus annuale per insegnanti di danza e musica indiana organizzato da un’associazione di Chennai legata all’auditorium del Narada Gana Sabha, che si occupa appunto di promuovere la cultura scenica classica indiana. Un’immersione di tre giorni in un paesino sperduto del Tamil Nadu, nel distretto di Tiruvannamalai, dove al centro del paese c’era solo un tempio e intorno poche case tradizionali a volte ancora con il tetto di paglia e qualche piccola struttura dove ospitare i pellegrini.

Tempio di villaggio nel Tamil Nadu - foto Lucrezia Maniscotti

Le lezioni iniziavano alle sei del mattino con lo yoga, spesso facevamo il suryanamaskara (saluto al sole) davanti al tempio e mentre appoggiavamo mani e ginocchia su semplice cemento, l’aria si rischiarava, arrivava l’alba e così il canto devozionale diffuso per tutto la zona si alternava ai nostri respiri profondi. Le lezioni di danza, musica, poesia, si svolgevano all’interno di una coloratissima sala munita di un palco sul quale ciascun partecipante poteva mostrare un brano dal suo repertorio. La sera arrivava poi il momento delle mie risposte… prima di cenare si lasciavano gli oggetti personali in sala e si entrava nel tempio… Il primo giorno è apparso davanti a noi la statua del dio Krishna, il duo di cantanti ospiti del campus erano al suo fianco sedute a terra e un percussionista le accompagnava… sono iniziate così le danze, libere, le cantanti intonavano brani dedicati alla divinità e tutti coloro che sentivano l’urgenza di danzare si alzavano e improvvisavano… il più scatenato era il Prof Chandrashekar, un danzatore di quasi ottant’anni, profondo interprete e conoscitore di Bharata Natyam, che ad un certo punto ha rivolto le sue danze al più piccolo dei bramini (sacerdoti) presenti come se si trattasse dell’incarnazione del dio Krishna stesso, l’emozione ha colpito tutti. Anche la ben nota danzatrice Malavika Sarukkai si è lasciata trasportare da un brano e ha regalato al tempio e a tutti noi presenti un momento di beatitudine… Io ricordo indossavo una sari di cotone semplice e leggero che rispecchiava questo stato di soave abbandono tanto che ad un certo punto mi sono trovata in piedi danzando al ritmo di “Vittala, Vittala, Vittala” in quel delicato dedicarsi al divino che è fuori e dentro sé.

Tempio di villaggio nel Tamil Nadu - foto Lucrezia Maniscotti

 

Credevo di essere già soddisfatta e mai avrei potuto immaginare quello che sarebbe successo il giorno seguente. Dopo un’estenuante giornata sempre iniziata alle sei e terminata intorno alle otto di sera, tutti raccontavano che ci sarebbe stata la processione: l’eccitazione dei compagni, degli insegnanti e degli organizzatori era toccante e così nel semibuio che avvolgeva il tempio, con fuochi d’artificio che rimbombavano per tutto il villaggio, e con la musica potente dei tavil e nagaswaram (i fiati e percussioni che accompagnano i rituali templari) è cominciata la preparazione della cerimonia. Una decina di uomini con visibili calli sulle spalle, si accingevano a prendere il peso del carro che trasportava le statue divine sul loro corpo. Un bramino dirigeva tutti, la musica era così potente da far vibrare anche l’anima, una volta posata la divinità sulle spalle dei portatori, questi hanno cominciato a oscillare a ritmo a destra e a sinistra, come fosse una danza propiziatoria, tutti i danzatori, me compresa, ci siamo preparati in due file davanti al carro e abbiamo iniziato a fare semplici passi, talvolta simulando di stendere fiori, altre volte con le mani in anjali mudra per la preghiera alla divinità. Iniziata la circumnavigazione del tempio, guidati dal Prof Chandrasekar, si sono scatenate le danze: sembrava di vedere centinaia (eravamo molto meno, ma sembravamo tantissime) di gopi, le mandriane amiche di Krishna, in festa per una qualche ricorrenza. Ogni tanto qualcuno di prendeva la soddisfazione o l’ardire di impersonare il dio in persona raccontando, con il linguaggio del corpo e la mimica del volto, le storie più famose: l’uccisione del demone serpente, il salvataggio del villaggio dal terribile diluvio, la visione dell’universo dalla sua piccola bocca di bimbo dispettoso e divino insieme… così di volta in volta, presi da un eccitamento senza eguali, tutti, eravamo trasportati come il carro in un universo senza tempo, senza spazio, senza fine.

Ora avevo un’idea di come potessero essere state in passato queste cerimonie danzate e suonate, ecco la libertà della danza seppur nella disciplina più severa, ecco quali potevano essere le emozioni di una devadasi, certamente si era coinvolti spiritualmente, umanamente, intellettualmente, emotivamente, sensi e intelletto si univano in un esperienza unica.

A questo punto però mi è sorta un’altra domanda, sarò in grado di portare tutto ciò su un palco, con l’aria condizionata, le luci accecanti, e magari lontano da qui da questo mondo?

Pensavo al mio caro maestro Lakshman sir, a casa sua, alla sua famiglia che mi ha accolto e sostenuto, che, ogni volta che sono in India, mi ospita in casa (e sarebbero disposti a farlo per sempre) come si faceva un tempo con il sistema antico del guru-sisya parampara, la tradizione della consegna della conoscenza dal maestro all’allievo, vivendo insieme, mangiando insieme. Pensavo a loro perché questo era la prima esperienza che aveva quello stesso sapore di libertà e protezione insieme, che aveva quello spirito antico, ma così vitale da oltrepassare il tempo e lo spazio.

Pensando pensando, mi sono venuti in mente la forza, il coraggio, la determinazione di chi, come il mio maestro e tanti grandi insegnanti che ho avuto la fortuna di incontrare, si portano dietro. E così ovunque vadano è come se il tempio sia con loro. Il tempio inteso sia come luogo protettore, come emblema della tradizione, dei guru, che il tempio inteso come spazio di libertà, di vita intensa, e anche di beatitudine che ha in sé il coraggio di lasciarsi andare, di farsi trasportare. Un’esperienza che l’India permette e che auguro a tutti di poter un giorno sperimentare!

Lucrezia Maniscotti

Tennangur – dal 17 al 20 febbraio 2013

 

 


Lucrezia Maniscotti è attrice, insegnante, danzatrice e studiosa di Teatro Danza indiano. 
Per i suoi corsi:  Bharata Natyam Milano
http://www.sagometeatro.com/main.php?x=corsi/danzaindiana

Per informazioni: m_lucrezia[AT]hotmail.com

__________

Pubblicato in AsiaTeatro, Anno III (2013)