Mishima e l’atto performativo.

Giovanni Azzaroni, Matteo Casari, Katja Centonze (a cura di), Mishima Yukio e l’atto performativo. Drammaturgie di un artista, Clueb, Bologna, 2023, pp. 262, € 29.


recensione di Carmen Covito

In un articolo pubblicato nel 1955 dal titolo Gikyoku no yūwaku (La tentazione della drammaturgia), Mishima Yukio affermò: “Ho cominciato a scrivere teatro come fa l’acqua di una cascata. In me, la topografia della drammaturgia sembra collocarsi ben più a valle della narrativa. In un luogo più istintuale, affine alle recite dell’infanzia”. In effetti, se scrisse ben trentaquattro romanzi, le sue opere teatrali sono addirittura sessantasette: undici drammi in più atti, nove atti unici, otto “ moderni”, otto opere kabuki, un’opera per le marionette bunraku e ancora libretti per il balletto e l’operetta e drammi radiofonici, per un totale di circa mille pagine. Nella famosa mostra celebrativa organizzata a Tokyo nel 1970, pochi mesi prima della morte, Mishima riaffermò l’importanza del teatro nella sua vita e nella sua opera indicandolo come uno dei quattro “fiumi” che l’avevano percorsa e guidata: il fiume della prosa, quello del corpo, quello dell’azione, e, non ultimo, quello del teatro.

Ora quattordici studiosi italiani e giapponesi indagano l’ampiezza e la profondità di questo butai no kawa (“fiume del teatro”) in un libro che sottolinea la sua importanza anche per avere una visione più completa della personalità di Mishima come artista poliedrico, interessato a numerose arti e nutrito da suggestioni ed esperienze che fondono tradizione e avanguardia. Il volume si intitola Mishima e l’atto performativo. Drammaturgie di un artista (Bologna, CLUEB, 2023) ed è dedicato alla memoria del compianto Bonaventura Ruperti, storico del teatro giapponese, di cui troviamo in apertura del libro un saggio che rilegge la carriera teatrale di Mishima attraverso gli occhi di un suo contemporaneo e amico, Takechi Tetsuji, che fu regista e critico e come Mishima spaziò dal kabuki al bunraku, dal alla danza e al cinema, “in sperimentazione libera e senza limiti”.

Altri interventi contenuti nel libro, quelli di Luciana Cardi, Stefano Casi, Samantha Marenzi, esaminano le relazioni creative di Mishima con attori, drammaturghi e artisti visivi giapponesi e occidentali; mentre il danzatore butō Kasai Akira e il coreografo Massimo Moricone raccontano gli influssi che ne hanno ricevuto per le loro creazioni. Gli intrecci tra letteratura, teatro e cinema sono esplorati in varie direzioni da Doi Hideyuki, Giorgio Amitrano, Giovanni Azzaroni, Matteo Casari, e i poco noti rapporti di Mishima con il Brasile sono oggetto del saggio di Donatella Natili. In una dettagliata analisi, Virginia Sica ricostruisce poi il percorso dello scrittore nel mondo del kabuki partendo dalla sua formazione teatrale negli anni dell’infanzia e dalle suggestioni, citate nel romanzo Confessioni di una maschera, che il giovane Mishima ricevette dagli spettacoli di illusionismo dell’attrice Shōkyokusai Tenkatsu.

Oltre ai più noti “ moderni” del 1956 e a raffinati drammi storici come Madame de Sade, che si possono far rientrare nell’ambito del teatro in stile europeo shingeki, Mishima infatti scrisse testi innovativi per il kabuki, con audaci contaminazioni tra il teatro tradizionale e le esigenze moderne. La collaborazione con il grande interprete di ruoli femminili Nakamura Utaemon VI ispirò il celebre racconto Onnagata e si tradusse in varie opere del “nuovo kabuki mishimiano” come Iwashiuri koi no hikiami (Il venditore di sardine. Rete d’amore), tuttora rappresentato dalle successive generazioni di attori kabuki. Nel contempo, avveniva l’incontro di Mishima con la danza d’avanguardia, incontro che offre un interessante campo d’indagine per le brillanti analisi di Katja Centonze e Maria Pia D’Orazi. Nel 1959 Mishima si entusiasmava della nuova antidanza di Hijkata Tatsumi, l’inventore del butō, che aveva dato scandalo con una performance ispirata al suo romanzo Colori proibiti, e iniziava a stringere quella rete di relazioni creative tra le arti del corpo, la parola e l’immagine da cui emerse come prodotto più vistoso il libro fotografico BarakeiKilled by Roses realizzato con Hosoe Eikō, teatralissima opera pop che mescola Oriente e Occidente, decadentismo e avanguardia.

Nel volume pubblicato a Bologna il rapporto di Mishima con il corpo è indagato in maniera approfondita, rivelandosi una chiave fondamentale per analizzarne l’opera e la filosofia di vita. Dal nikutai (il “corpo di carne”) nasce la lotta per trasferire nella parola la sua realtà ontologica, irriducibile per definizione: l’ossessione di Mishima per la bellezza del corpo è al tempo stesso ossessione per la perfezione della scrittura, la forma diventa performance e reciprocamente il teatro entra nella costruzione letteraria. Mishima drammatizza se stesso, arrivando a teatralizzare la propria morte, prima nella finzione del film Patriottismo di cui fu sceneggiatore, regista e interprete ispirandosi alle atmosfere del teatro , poi nella realtà del suicidio rituale. E mentre i suoi testi teatrali esplorano tutte le strategie per dare performatività alla parola, nei romanzi traspare una struttura drammatica: i personaggi agiscono come sul palcoscenico del mondo.